Resilienza e Coronavirus: cosa si può dire di nuovo?

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Maggio, 25, 2020

Le parole “resilienza” e “coronavirus” sono sulla bocca di tutti, nell’arco di questi mesi hanno riempito le pagine e le menti di ogni abitante sull’intero pianeta, cosa si può allora aggiungere di nuovo che non sia già stato detto?

Forse niente, ma vale la pena di fare un po’ di chiarezza in più, perché se sul virus i dubbi dilagano, sul significato di resilienza invece ci è possibile essere precisi ed informati, tanto per allenarci ad uscire dalle situazioni con un grado di consapevolezza maggiore, e poter così passare dal vivere all’esperire.

Iniziamo dalle definizioni poco chiare, che come tali invitano alla confusione e al dilagare del superficiale senso comune, e partiamo da questa: “essere resilienti vuol dire uscire da una situazione di rischio senza perdersi d’animo, ma prendendo il buono che ne può venire fuori”. Detto così suona bello e molto incoraggiante, al limite del generico però; tutti ci auguriamo di essere resilienti se si tratta solamente di questo…peccato che sia una definizione fuorviante perché qualcosa di centrale lo devo perdere e dalle situazioni non devo uscire ma in qualche modo restarci dentro.

Mi spiego meglio: la definizione di resilienza, mutuata dai metalli, ha visto raggiungere il massimo sviluppo e successo nel momento in cui è stata applicata alle scienze psicologiche. Da lì per traslato è stata applicabile alla gran parte delle scienze, nasce pertanto come definizione concreta e fisica che si converte in un elemento astratto e metafisico, come può essere la capacità dell’essere umano di affrontare rischi e disastri mantenendo un atteggiamento positivo.

E qui la prima necessaria precisazione: sull’onda dell’enorme sviluppo della Psicologia Positiva di Martin Seligman, che intende sottolineare ed incentivare fondamentalmente la positività intrinseca della resilienza, si è finito per omettere il punto focale della definizione originaria: il cambiamento di forma; perdere è più che contemplato nella resilienza perché se non perdiamo qualcosa non potremmo acquisire altro. Il processo si fa più complesso e faticoso di quello che poteva sembrare.

Per essere resilienti bisogna perdere la propria forma, deformarsi, prima di poter tornare alla forma originaria; senza nessuno sconto.

E quali possono essere le forme che siamo costretti a sacrificare per aumentare la nostra resilienza? Cos’altro se non le nostre convinzioni, le nostre credenze, le nostre abitudini, ovvero proprio ciò che dà forma e sostanza alla nostra vita?

Partiamo dal fondo, ovvero dalle abitudini: durante questo lungo periodo di quarantena ognuno di noi è stato obbligato ad inventarsi nuove routine, il luogo di lavoro si è spostato da un ufficio magari ipertecnologico alla camera da letto con il bonus del video risicato di un portatile, i nostri colleghi di lavoro e i nostri nuovi compagni della pausa caffè sono diventati i coniugi o i figli o il cane, persone alle quali a stento riusciamo a dedicare attenzione lungo l’arco di un’intera vita lavorativa e che sicuramente non sceglieremmo come compagni ideali per una pausa caffè di puro svago; il pranzo veloce in piedi, si è spesso trasformato in un dilagare di spizzicare qua e là, provare nuove ricette oppure concedersi il lusso di un pranzo fatto di tre portate; le ore interminabili passate nel traffico o su un mezzo pubblico, in mezzo a sconosciuti che ci ignorano, sono state azzerate catapultandoci direttamente dal cuscino alla riunione, senza nessun filtro in mezzo, realizzando così il sogno vagheggiato da tutti sull’esistenza del teletrasporto, infine ai tacchi, gonne e cravatte si sono sostituiti spezzati composti da camicie e pantaloni del pigiama, ai mocassini le pantofole, al trucco lo strucco; ecco la prima forma che abbiamo dovuto perdere, quella del nostro habitus. Professionale e personale.

Veniamo poi alle credenze, su di noi come lavoratori, come partner, come genitori, come esempi di vita, come figli o amici o colleghi: tutto si è modificato, abbiamo toccato con mano la qualità dei nostri rapporti dentro casa, quanta cura e attenzione siamo in grado di dare e quanta ne riceviamo effettivamente. Alcuni hanno iniziato a dubitare seriamente di conoscere le persone che hanno sposato o che hanno messo al mondo, tanti hanno iniziato a chiedersi che senso hanno la gran parte delle scelte che operiamo quotidianamente senza porvi attenzione perché diamo per scontato che ci piacciano o che vadano fatte. Ci siamo dovuti confrontare, chi più chi meno, con la paura di morire o di veder morire, mai così vicina e a portata di mano, quasi domestica oserei dire. Tutti abbiamo avuto le parole morte, lutto, malattia, disperazione nelle nostre menti e abbiamo dovuto fare i conti con i loro tremendi significati, non più in astratto ma in concreto, a dispetto di tutti gli stratagemmi quotidiani (rimuginìo, rituali, bias cognitivi, evitamento, distrazione, dipendenze, ecc.) che abbiamo affinato fin dalla nascita.

Ecco qual è l’essenza della resilienza al covid-19: la nostra deformazione.

Se fossimo stati resistenti, termine caro alla tradizione psicoanalitica, avremmo rigettato con tutte le nostre forze ogni cambiamento, cercando di opporci ad esso fino allo stremo, mantenendo quindi inalterate le nostre abitudini di vita o sospendendone la realizzazione se le condizioni per poterle attuare fossero mutate; un esempio ci è stato offerto da chi ha continuato a svolgere la vita di prima, ad uscire, senza precauzioni, violando regole globalmente stabilite pur di non rinunciare o modificare vecchie abitudini, chi ha preferito non lavorare o non studiare o non utilizzare nuove tecnologie, perché il cambiamento, la de-formazione, era davvero inaccettabile. Chi ha messo tutto se stesso nel mantenere davanti agli occhi del mondo, lo stesso smile, la stessa espressione, la stessa verve così come la stessa indignazione, senza darsi la possibilità di sperimentare nuove emozioni, nuovi stati dell’essere: la noia, il terrore, l’impotenza, la resa, la lotta, la speranza. Per giungere fino al limite di chi ha scelto di mettere fine a tutto, perché “se così non può essere, allora meglio non essere del tutto”, perché nessun cambiamento è apparso accettabile o integrabile nella propria dimensione di vita conosciuta.

Di esempi così ce ne vengono in mente a centinaia, hanno colorato le pagine dei quotidiani online per mesi, magari non li abbiamo catalogati come individui resistenti ma solo come determinati o polemici o rigidi; rigidi appunto, non resilienti.

Ci manca un tassello importantissimo però, oltre alla deformazione, senza il quale non si può parlare davvero di resilienza, ovvero la continuità degli scopi. Cosa vuol dire?

Forse non tutti sanno che nella sua forma pura la resilienza implica che lo scopo che deve essere raggiunto, la meta finale, rimanga la stessa; se cambio scopo, anche solo di poco, se scelgo di fare altro, allora sto facendo altro. In quel caso non sono resiliente, bensì opportunista, valuto le opportunità in gioco e scelgo quelle realizzabili, ne estraggo dal cestino del possibile delle altre, perché i miei obiettivi precedenti sono difficilmente realizzabili.

Non voglio dire che essere resilienti significa essere ottusi o sordi, peggio ancora poco avveduti, ma che per potersi fregiare del titolo di resilienti bisogna che non si vada da un’altra parte, non si esca dalle situazioni ma paradossalmente si resti lì; ed è così che la resistenza, l’essere sempre nello stesso posto fino in fondo, coniugandosi con la deformazione, con il trasformismo di sé ma non quello dei propri scopi, produce resilienza, nel suo significato proprio.

Ora guardatevi intorno e provate a contare quanti individui, quante aziende, quante idee, si sono dimostrate resilienti in questa emergenza.

Autore: Vittoria Pietra, Psicologa-Psicoterapeuta, Formatrice e Consulente Aziendale.

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